Chi non spera l’insperabile, non lo troverà.

 

(Eraclito, Frammenti 18)
 
Solo la speranza nella vita eterna ci fa propriamente cristiani.
(Agostino, La città di Dio VI,9,5)
 
Ogni speranza è speranza di resurrezione e questi due termini sono talmente legati che l’uno non può che chiarirsi attraverso l’altro: non c’è speranza se non nella resurrezione, e d’altra parte la resurrezione per gli esseri carnali che noi siamo non può essere data se non in speranza.
(Gabriel Marcel, Dialogo sulla speranza)
  Introduzione

 Viviamo in un tempo che è posto sotto il segno della crisi; da più parti, anzi, esso è letto addirittura come tempo della «fine»: fine della civiltà occidentale (Jacques Derrida), fine della modernità (Gianni Vattimo), fine della cristianità (è la celebre formula utilizzata da Marie-Dominique Chenu all’indomani del concilio Vaticano II). È un’epoca caratterizzata dal senso della precarietà del presente e dell’incertezza del futuro, un tempo in cui l’incognito che ci sta davanti ci spaventa per la sua imprevedibilità e, insieme, per gli orizzonti asfittici che lo caratterizzano: il nostro è un mondo che sembra sfuggire al nostro controllo e impedirci di capire dove stiamo andando. Ora, tutto ciò provoca un’angoscia profonda, che le tante situazioni di guerra, di miseria e di oppressione in atto in varie parti del mondo non fanno che confermare.

Quanto all’occidente in cui siamo collocati, si assiste in esso al trionfo di una cultura che privilegia l’effimero, l’istante, mentre dimentica il passato e attribuisce un peso irrilevante al futuro: con amaro realismo occorre ammettere che lo slogan «No future» coniato dal movimento punk sembra oggi una triste profezia! L’imperativo dominante è quello di «fare esperienza» della propria vita, senza uno scopo, senza alcuna ricerca di senso (da intendersi sia come significato profondo sia come direzione, possibilità di conoscenza e apertura di orizzonti). In tale situazione, la maggior parte delle persone vive senza speranze né prospettive e si limita a nutrire progetti a brevissimo termine, circoscritti per lo più a scopi meramente materiali: «una voglia per il giorno e una voglia per la notte, salva restando la salute»[i].
Non va d’altra parte dimenticato che questo è anche il tempo abitato da chi – come tanti uomini e donne della mia generazione – ha vissuto una grande stagione di speranza umana e cristiana; oggi, però, le ideologie politiche per alcuni e le utopie sociali per altri sono venute meno, mentre le attese destate nei cristiani da quella «novella Pentecoste» (Giovanni XXIII) che fu il Vaticano II appaiono in massima parte frustrate. Le speranze in un mondo più segnato da pace e giustizia, in una chiesa più evangelica, sembrano smentite. Nel nostro vissuto quotidiano dilaga la barbarie, che invade tanto la sfera pubblica quanto la sfera privata: la banalizzazione dei temi della giustizia e della legalità, la giustificazione dell’ineguaglianza, la glorificazione del più forte, il rifiuto di ogni orizzonte comunitario, l’esaltazione della competizione selvaggia, la legge della forza che si sostituisce alla forza della legge, e si potrebbe continuare a lungo[ii].
Se questa è l’aria che respiriamo, non può che suonare come coraggiosa e, in un certo senso, drammatica, la domanda che con fatica si apre un varco nei nostri cuori: che cosa posso, che cosa possiamo sperare? Più precisamente, il problema non si riduce alla semplicistica scelta tra sperare e disperare, o – peggio – tra essere ottimisti e pessimisti, ma comporta la necessità di trovare un fondamento alla speranza, così da giungere alla consapevolezza di che cosa si può realisticamente sperare, qui e ora. Cerchiamo dunque di percorrere un preciso itinerario alla ricerca della speranza:
1.          Che cosa significa sperare?
2.          Che cosa sperare?
3.          Come sperare?
 
1.           Che cosa significa sperare?

 

Parlare di speranza non significa evocare un ottimismo ottuso e cieco, né un’ideologia, e neppure un provvidenzialismo secondo il quale alla fine tutto è destinato ad andare per il verso giusto. Più in generale, la speranza non è un atteggiamento da assumere o rifiutare tout court, bensì il frutto di un attento discernimento, un’attesa saldamente fondata, una perseveranza che si nutre di responsabilità. L’uomo non è un dato, ma un divenire, è un essere che ha coscienza della dimensione temporale che lo costituisce; il suo corpo è uno spazio segnato dal tempo, è il libro del tempo che trascorre: in questa scrittura temporale è essenziale l’orientamento verso il futuro, la progettualità di sé, lo stabilire uno scopo e l’operare per esso, così da trovare una direzione, un senso. In quest’ottica, si può affermare che «vivere senza speranza è impossibile» (Fjodor Dostoevskij), perché l’esperienza mostra che le persone a cui è sottratta la speranza divengono aggressive, violente, apatiche, fino a cadere in una sorta di angoscia autodistruttiva.
L’uomo vive di attese, di piccole speranze quotidiane, e ciò rivela quanto sia per lui essenziale trascendere il presente, l’attimo fuggente. Mi pare rilevante però, al riguardo, mettere in luce un rischio a cui può condurre un’errata comprensione della speranza: quello di tendere costantemente oltre il presente, senza coglierlo nella sua irripetibilità, costringendosi di conseguenza a nutrire vuote speranze, cioè a un’esistenza vissuta al futuro anteriore. Si continua a ripetere: «Quando avrò fatto questo, dopo che avrò portato a compimento quest’altro…» e intanto il tempo scorre inesorabile senza che noi riusciamo a ordinarlo consapevolmente. Blaise Pascal ha fornito un’impietosa descrizione di tale atteggiamento:
 
Anziché attenerci al presente noi anticipiamo l’avvenire come troppo lento a venire, quasi per affrettarne il corso … È che il presente di solito ci ferisce. Lo nascondiamo alla nostra vista perché ci affligge, e se è piacevole ci rincresce di vederlo fuggire. Cerchiamo di sorreggerlo mediante l’avvenire e pensiamo a predisporre le cose che non dipendono da noi, per un tempo a cui non abbiamo alcuna certezza di giungere … Non pensiamo quasi affatto al presente, o se ci pensiamo è solo per prenderne il lume con cui predisporre l’avvenire … Così non viviamo mai ma aspettiamo di vivere, e, preparandoci sempre ad essere felici, inevitabilmente non lo siamo mai[iv].
 
Detto di questo rischio, c’è da fare anche un’altra considerazione: l’essere umano è naturalmente spinto a prendere posizione di fronte al futuro, a scommettere sull’avvenire; ma ciò è possibile solo attraverso l’apertura all’altro, ossia attraverso un’inter-soggettività in cui la speranza personale è strettamente connessa a quella dell’altro: la speranza è frutto di una relazione viva, è incentrata su un noi, è comunionale

[v]. Essa non è mai egocentrica, in quanto radicata costitutivamente in un movimento di apertura, di fiducioso affidamento a un altro: vale in certo modo per ogni speranza la bella espressione della Lettera agli Ebrei, secondo cui «la fede è fondamento delle cose che si sperano» (Eb 11,1). E proprio perché si fonda sulla fede, sulla fiducia, la speranza accompagna il divenire della vita e lo sviluppo psicologico dell’esistenza, rendendo possibile l’apertura all’inedito di una storia d’amore: ci si fidanza scambiandosi un anello chiamato «fede», pegno della speranza in un futuro di felicità condivisa…

 

Da ciò che si è detto, appare chiaro che il problema non è quello di definire la speranza, ma di viverla. Certo, si può dire che «sperare significa essere pronti in ogni momento a ciò che ancora non è nato»[vi] e che la speranza è «la capacità di un’attività intensa ma non ancora spesa»[vii], ma soprattutto essa è ciò che consente all’uomo di affrontare giorno dopo giorno il mestiere di vivere, di camminare in posizione eretta sulla strada della vita. Vi è anche chi ha osservato che «può esservi speranza solo quando interviene la tentazione di disperare, e la speranza è l’atto mediante il quale questa tentazione è attivamente o vittoriosamente superata»[viii]. La speranza si configura dunque come un’attiva lotta contro la disperazione e, in particolare, conto l’acedia, quello spiritus tristitiae che la tradizione cristiana ha sempre annoverato tra i peccati che conducono alla morte, i peccati contro lo Spirito santo. Sì, la disperazione è il contrario dell’eternità, perché «non è tanto la quantità dei peccati che ci conduce alla perdizione, quanto la mancanza di speranza»[ix]!
Infine, occorre ribadire con forza che la speranza non va da sé, ma si situa nello spazio della scelta, della faticosa decisione; se la fede è un dono che si riceve, la speranza è una decisione personale che impegna lo sforzo della propria volontà. Occorre decidere di sperare, concepire una decisione che genera la speranza e la fa nascere: solo iniziando concretamente a sperare si può accrescere la speranza! È il movimento compiuto dall’anziano Abramo, nostro padre nella fede e nella speranza, che «ebbe fede sperando contro ogni speranza (contra spem in spem credidit) e così divenne padre di molti popoli» (Rm 4,18); egli, «chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava» (Eb 11,8). In breve, la speranza nasce quando si prende posizione riguardo al futuro, quando si pensa che un avvenire sia ancora possibile per un individuo, per una società, per l’umanità intera: si tratta di vedere oggi per domani, di credere oggi possibile ciò che si compirà domani. Scegliere di sperare significa decidersi per una responsabilità, per un impegno riguardo al destino comune, significa educare le nuove generazioni trasmettendo loro la capacità di ascoltare e di guardare l’altro: quando due esseri umani si ascoltano e si guardano con stupore e interesse, allora la speranza può nascere e crescere.
 
 
 

2.           Che cosa sperare?

 

Sulla laboriosa arte della speranza umana fin qui analizzata si innesta anche la speranza cristiana. Alla domanda: «Dov’è, cristiani, la vostra speranza?»[x], il Nuovo Testamento e la più antica tradizione patristica rispondono senza indugio: «Cristo Gesù nostra speranza» (1Tm 1,1), «Gesù Cristo nostra comune speranza»[xi]. Ha scritto con ragione Dietrich Bonhoeffer: «“Cristo nostra speranza” (1Tm 1,1): questa formula di Paolo è la forza della nostra vita»[xii]. Le cosiddette tre virtù teologali – «fede, speranza e carità» (1Cor 13,13) – sono strettamente connesse tra loro, ma è proprio la speranza che rende perseverante la fede e rende possibile l’amore; nel contempo, vivendo nell’amore e nella fede, i cristiani attendono la piena realizzazione di ciò che ancora non vedono, e si esercitano a sperare le realtà invisibili (cf. 2Cor 4,18; Eb 11,27). Essi infatti sono «stranieri e pellegrini» (1Pt 2,11) in questo mondo e, pur restando fedeli alla terra, cercano con impazienza le cose dell’alto (cf. Col 3,1-2): «abitano una loro patria, ma come forestieri; a tutto partecipano come cittadini e a tutto sottostanno come stranieri; ogni terra straniera è patria per loro e ogni patria è terra straniera»[xiii]. In altre parole, «stanno nel mondo senza essere del mondo» (cf. Gv 17,11-16), vivono in pienezza l’esistenza terrena senza essere mondani, e in questo delicatissimo equilibrio è racchiusa tutta la paradossalità della loro condizione sulla terra, «nell’attesa della beata speranza e della manifestazione del salvatore Gesù Cristo» (cf. Tt 2,13).
La speranza cristiana non è estranea a quella umana; essa, anzi, partecipa non solo alla speranza degli uomini tutti, ma anche a quella della creazione, ed è precisamente di tale anelito che i credenti si fanno voce, quando invocano profeticamente:
 
Si incontreranno amore e verità,
si baceranno pace e giustizia (Sal 85,11).
 
Noi aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova
nei quali avrà stabile dimora la giustizia (2Pt 3,13; cf. Is 65,17; 66,22).
 
Chi spera che il male non attanagli più l’umanità e il creato, chi spera che l’amore sia più forte della morte (cf. Ct 8,6), partecipa al gemito dell’intera creazione, e animato da tale umanissima speranza, invoca la venuta salvifica di Gesù Cristo e la comunione piena con Dio. L’apostolo Paolo descrive con accenti accorati questa speranza della trasfigurazione cosmica:
 
La creazione attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio … e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente attendendo la piena filialità, la redenzione del nostro corpo. Poiché nella speranza noi siamo stati salvati. Ora, ciò che si spera, se visto, non è più speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe ancora sperarlo? Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza (Rm 8,19-25).
 
In piena solidarietà con il creato e con tutte le creature, i cristiani sperano dunque che questo mondo sia trasfigurato, che la terra, consegnata da Dio all’uomo nell’in-principio affinché la coltivasse e la custodisse come un giardino (cf. Gen 2,15), divenga finalmente la città edificata armoniosamente e ri-collocata nel giardino, mediante la capacità degli uomini di vivere la pace attraverso la giustizia e il perdono reciproco

[xiv]. E così, mentre attendono la venuta gloriosa di Gesù, i credenti sperano anche in una umanizzazione piena di tutti gli uomini, in una salvezza che trasfiguri l’umanità segnata dalla miseria, dal male, dalla morte: «tutti in Dio e Dio in tutti» (cf. 1Cor 15,28; Col 3,11)! Allora sarà proclamata in verità la profezia del veggente dell’Apocalisse, in cui culminano le Scritture, che oggi può essere cantata solo in speranza:

 

 
Vidi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi … Udii una voce potente che usciva dal trono: «Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il Dio-con-loro. E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate» (Ap 21,1.3-4).
 
Queste parole ci introducono a quella che è la specificità della speranza cristiana. Se è vero, come afferma il Qohelet, che «nel cuore di ogni uomo», credente e non credente, «Dio ha posto il senso dell’eterno (‘olam), anche se l’uomo non riesce ad afferrare l’inizio e la fine della creazione divina» (cf. Qo 3,11), il contenuto profondo della speranza è in definitiva uno solo: la speranza che la morte non abbia l’ultima parola. Ne aveva già parlato il profeta Isaia:
 
Il Signore eliminerà la morte per sempre, asciugherà le lacrime su tutti i volti … In quel giorno si dirà: «Ecco il nostro Dio, abbiamo sperato in lui e ci ha salvati. Il Signore è la nostra speranza, esultiamo di gioia per la sua salvezza!» (Is 25,8-9).
 
 

Ebbene, a partire dalla resurrezione di Gesù, «la speranza della chiamata» (Ef 1,18; 4,4), «la speranza riservata nei cieli» (Col 1,5) assume un nome preciso, che definisce ormai lo specifico del cristianesimo: è «la speranza nella resurrezione dai morti» (At 23,6), è «la speranza della vita eterna» (Tt 3,7), perché «se abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini» (1Cor 15,19). Sì, noi mettiamo la nostra speranza in Gesù Cristo morto e risorto, perché «Cristo in noi è la speranza della gloria» (cf. Col 1,27)! È lui l’adam definitivo, «il primogenito di coloro che risuscitano dai morti» (Col 1,18; cf. Ap 1,5), «il primogenito tra molti fratelli» (Rm 8,29), cioè noi tutti, chiamati ad essere figli di Dio.

 

Non dobbiamo temere di dirlo con estrema chiarezza: la speranza nella resurrezione è il proprium della nostra fede! Ed è l’unico vero debito che noi cristiani abbiamo verso tutti gli uomini, di fronte ai quali dobbiamo confessare, innanzitutto con la nostra vita, che la morte non è la realtà definitiva. Sovente ci affanniamo alla ricerca di compiti e missioni verso l’umanità che Cristo non ci ha affidato, e così non siamo più «sale della terra e luce del mondo» (cf. Mt 5,13-14). Ebbene, invece di appropriarci troppo frettolosamente della bella definizione dei cristiani quali «esperti in umanità»[xv], sarebbe più opportuno che cominciassimo col condividere «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi»[xvi], portando a loro, nel vaso di creta (cf. 2Cor 4,7) povero e fragile che noi siamo, il grande tesoro della beata speranza: la vita è più forte della morte, l’amore è più forte dell’odio, la fedeltà di Dio è più forte dell’infedeltà dell’uomo! Un prezioso insegnamento su come testimoniare questa speranza nella compagnia degli uomini è contenuto in alcune esortazioni della Prima lettera di Pietro, che non abbisognano di commento:
 
Abbiate in mezzo ai non cristiani una condotta bella, affinché mentre vi denigrano come se foste malfattori, persuasi dalle vostre belle opere, diano gloria a Dio nel giorno della sua visita … Santificate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Ma questo sia fatto con dolcezza e timore [di Dio], con una buona coscienza (1Pt 2,12; 3,15).
 
 
 

3.           Come sperare?

 

Le parole di Pietro appena citate ci introducono alla questione riguardante la modalità con cui i cristiani sono chiamati a vivere la loro speranza. Innanzitutto, essi devono sperare senza evadere dall’impegno, dalla responsabilità. Proprio perché la speranza è esercizio di responsabilità, essa non autorizza alcuna forma di evasione del cristiano dalla storia, dalla solidarietà con gli uomini, dalla faticosa lotta richiesta per sperare anche nella disperazione, ripetendo con il salmista: «Io ho sperato nel Signore contro ogni speranza, ed egli si è chinato su di me, ha ascoltato al mio grido» (Sal 40,2). In altre parole, la speranza cristiana non è unicamente protesa verso l’aldilà né oppone schematicamente presente umano e futuro oltre la storia, ma è «passione per ciò che è possibile»[xvii]. Essa non è un’utopia – ossia, etimologicamente un «non-luogo» (ou-tópos) –, un’impossibilità; al contrario, la speranza è una fattiva e realistica ricerca nell’oggi di ciò che domani sarà realtà piena, ma che già ora può fare capolino nel tessuto della nostra quotidianità. La speranza si nutre di convergenza di orizzonti, di desiderio e progetto di comunità, di pratica del dialogo in vista della comunione: resistere alla barbarie che pare crescere indisturbata, significa già preparare un domani segnato da una miglior qualità della convivenza umana; lottare per la giustizia e la pace attraverso la pratica della riconciliazione tra popoli e gruppi in conflitto, significa già rendere altra la terra che oggi abitiamo.
La speranza è inoltre contrassegnata dalla gioia, secondo il comando paolino: «Siate gioiosi nella speranza» (Rm 12,12; cf. Rm 15,13). Se l’orizzonte della morte che ci attende può incupirci, su di esso si staglia ormai la luce della speranza nella vita eterna che Cristo ha già inaugurato: fondata sulla Pasqua del Signore, la speranza infonde a sua volta nel credente la gioia, lo porta cioè a quella «gioia che si prova nella tranquilla certezza della speranza»[xviii]. La gioia è coestensiva alla fede cristiana, è una responsabilità che discende dall’evento pasquale con cui Dio ha resuscitato Gesù Cristo e ha dischiuso agli uomini la speranza della resurrezione: «abbandonato in fretta il sepolcro, con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio della resurrezione ai suoi discepoli» (Mt 28,8). La gioia abita nel profondo del cristiano e consiste nella sua «vita nascosta con Cristo in Dio» (cf. Col 3,3); è la gioia indicibile e gloriosa di chi ama Cristo e vive con lui nel segreto della fede (cf. 1Pt 1,8-9); è la gioia a caro prezzo di chi assume la propria condizione di finitezza e fa del suo ineluttabile scendere verso la morte una salita al Padre, un cammino pieno di speranza verso il Signore, verso l’incontro con Colui il cui volto ha tanto cercato nei giorni della sua esistenza.
Insieme alla gioia, la speranza necessita anche di perseveranza[xix], come aveva già ben compreso Paolo, quando scriveva:
 
Noi ci vantiamo nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce perseveranza, la perseveranza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito santo (Rm 5,3-5).
 
E Agostino gli fa eco:
 
Con l’esempio della sua passione Cristo ci ha insegnato la perseveranza con la quale dobbiamo camminare in lui, e con l’esempio della sua resurrezione ci ha dato la prova di che cosa dobbiamo pazientemente sperare in lui. «Se», infatti, «speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza» (Rm 8,25)[xx].
 
Occorre infine che i cristiani si esercitino a sperare per tutti[xxi]: «noi speriamo nel Dio vivente, il salvatore di tutti gli uomini» (cf. 1Tm 4,10); sì, «egli vuole che tutti gli uomini siano salvati» (1Tm 2,3-4) e la sua graziaè «portatrice di salvezza per tutti gli uomini» (Tt 2,11)! La chiesa dunque non può sperare solo per se stessa, né può inculcare ai cristiani alcun particolarismo nella speranza della salvezza, perché la sua speranza è posta al servizio di tutta l’umanità: i cristiani sono chiamati a sperare per tutti, giusti ed empi, buoni e malvagi, intelligenti e insipienti; di più, sono chiamati a sperare per tutte le creature, animate e inanimate, fino a desiderare la trasfigurazione di tutta la creazione in Cristo. Quanta tristezza destano invece i comportamenti di quei credenti tesi unicamente a salvare se stessi e a lavorare solo per il bene della chiesa, intesa come un gruppo chiuso e impermeabile… Costoro, quasi a cercare una giustificazione alla propria «militanza» cristiana, affermano con tronfio orgoglio che per gli altri – chi non è dei loro (cf. Mc 9,38; Lc 9,49) – esiste solo l’inferno, finendo così per riproporre l’ennesima variazione del triste adagio: extra ecclesiam nulla salus.
Il cristiano autentico, dunque, spera per tutti, sull’esempio di Gesù che ha versato il proprio sangue – cioè ha offerto e speso la propria vita – «per le moltitudini» (Mc 14,24; Mt 26,28), cioè per tutti[xxii], e ha promesso che, elevato da terra, avrebbe attirato tutti a sé (cf. Gv 12,32). A noi, suoi discepoli, egli ha lasciato il comando di amarci gli uni gli altri come lui ci ha amati (cf. Gv 13,34; 15,12), con un amore esteso fino al nemico (cf. Mt 5,44; Lc 6,27.35), con un cuore misericordioso che dovrebbe assomigliare al cuore di Dio (cf. Lc 6,36). E qui, più di tante disquisizioni, vale la pena di affidarci alla testimonianza lasciataci dai santi di ogni tempo e di ogni chiesa:
 
Che cos’è un cuore misericordioso? È l’incendio del cuore per ogni creatura: per gli uomini, per gli uccelli, per le bestie, per i demoni e per tutto ciò che esiste. Al loro ricordo e alla loro vista, gli occhi del cristiano versano lacrime, per la violenza della misericordia che stringe il suo cuore a motivo della grande compassione. Il cuore si scioglie e non può sopportare di udire o vedere un danno o una piccola sofferenza di qualche creatura. E per questo egli offre preghiere con lacrime in ogni tempo, anche per gli esseri che non sono dotati di ragione, e per i nemici della verità e per coloro che la avversano, perché siano custoditi e rinsaldati; e perfino per i rettili, a motivo della sua grande misericordia, che nel suo cuore sgorga senza misura, a immagine di Dio[xxiii].
 
Sono letteralmente certo che ogni altro da me sarà facilmente beato, soltanto io no. Dire agli altri che sono dannati in eterno è cosa che non posso fare. Per me le cose stanno così: gli altri tutti saranno beati, ciò è abbastanza certo. Solo per me la situazione potrà essere critica[xxiv].
 
Gesù ha permesso che l’anima mia fosse invasa dalle tenebre più fitte, e che il pensiero del cielo, dolcissimo per me, non fosse più se non lotta e tormento … Ma, Signore, la vostra figlia ha capito la vostra luce divina, vi chiede perdono per i suoi fratelli, accetta di nutrirsi per quanto tempo voi vorrete del pane di dolore e non vuole alzarsi da questa tavola colma di amarezza alla quale mangiano i poveri peccatori prima del giorno che avete segnato … Gesù, se è necessario che la tavola insozzata da essi sia purificata da un’anima la quale vi ama, voglio ben mangiare sola il pane della prova fino a quando vi piaccia introdurmi nel vostro regno luminoso[xxv].
 
Жалко мне людей, которые мучаются во аде, и каждую ночь я плачу за них, и томится душа моя так, что жалко бывает даже бесов … Сказал я об этом другому подвижнику … Он вздохнул и сказал: «Я, если бы было можно, всех вывел бы из ада, и только тогда душа моя успокоилась бы и возрадовалась бы». (Io provo compassione per tutti gli uomini che soffrono agli inferi; ogni notte prego per loro ed è tale il dolore della mia anima che compiango anche i demoni … Parlai di questo fatto a un uomo spirituale … ed egli sospirando mi rispose: «Se fosse possibile, io li porterei tutti fuori dall’inferno e solo allora la mia anima sarebbe in pace e potrebbe gioire»)[xxvi].
 
 

Conclusione

 

Scriveva Charles Péguy in forma poetica:
 
La fede che preferisco, dice Dio, è la speranza. La fede non mi stupisce, non è stupefacente. Risplendo talmente nella mia creazione … La carità, dice Dio, non mi stupisce, non è stupefacente. Quelle povere creature sono così infelici, che a meno di avere un cuore di pietra, come non avrebbero carità le une per le altre? … Ma la speranza, dice Dio, ecco quello che mi stupisce. Questo è stupefacente. Che quei poveri figli vedano come vanno le cose e credano che andrà meglio domattina. Che vedano come vanno le cose oggi e credano che andrà meglio domattina. Questo è stupefacente ed è proprio la più grande meraviglia della mia grazia[xxvii].
 
Davvero la speranza cristiana nella vita eterna, nella vita piena non più deturpata dalla morte, è paradossale; ma questo paradosso si fonda sulla resurrezione di Gesù Cristo avvenuta una volta per tutte, l’unica speranza cui possiamo afferrarci saldamente (cf. Eb 6,18; 10,23). Il passo che nel Nuovo Testamento esprime in modo più emblematico ed icastico l’inaudita speranza cristiana è quello che narra la cosiddetta «discesa agli inferi» di Gesù Cristo. Nel triduum che intercorre tra la sua morte e la sua resurrezione, Gesù è andato a proclamare la salvezza negli inferi, attraverso un annuncio efficace, compiuto nella forza dello Spirito santo:
 
Cristo patì una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio, messo a morte nella carne, ma reso vivente nello Spirito; e nello Spirito andò a portare l’annuncio [della salvezza] agli spiriti in prigione (1Pt 3,18-19).
 
Se Gesù ha raggiunto quelli che stavano là dove non c’è speranza, dove c’è solo disperazione, significa che ormai non esiste più alcuna situazione umana che non possa essere salvata dalle energie del Risorto! Sì, la salvezza di Gesù, Signore universale (cf. Fil 2,10; 1Cor 15,20-28), arriva fino all’inferno, là dove apparentemente non vi è più speranza: è un altro modo per dire che la morte non è l’ultima parola, è la grande speranza della salvezza per tutto e per tutti. Con audacia possiamo dunque giungere a sperare che anche l’inferno sia svuotato, come canta la liturgia bizantina nel mattino di Pasqua:
 
Incontrandoti laggiù, o Cristo, l’inferno è stato amareggiato perché è stato annientato; è stato amareggiato perché è stato sconfitto … Dov’è, o morte, il tuo pungolo? Dov’è, o inferno, la tua vittoria? (cf. 1Cor 15,55) Cristo è risorto e tu sei stato precipitato[xxviii]!
 
The paper was delivered at the “Assumption Readings” International Theological Conference in September in 2009 in Kyiv




[i] F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Adelphi, Milano 19864, p. 12.
[ii] Il card. Carlo Maria Martini ha parlato acutamente di «“pubblica accidia” o di “accidia politica”», ossia di «una neutralità appiattita, della paura di valutare oggettivamente le proposte secondo criteri etici, che ha come conseguenza un decadimento della sapienzialità politica» (Discorso alla città di Milano in occasione della festa di Sant’Ambrogio, 6 dicembre 1999).
[iii] Per un approccio antropologico alla questione si vedano, in particolare, G. Marcel, Homo viator, Borla, Torino 1967; E. Fromm, La rivoluzione della speranza, ETAS, Milano 1978; E. Bloch, Il principio speranza, I-III, Garzanti, Milano 1994.
[iv] B. Pascal, Pensieri 80, Einaudi, Torino 2004, pp. 45-47.
[v] Cf. G. Marcel, Homo viator, p. 70: «La speranza è sempre legata a una comunione … Questo è talmente vero che ci possiamo domandare se la disperazione e la solitudine non siano in fondo identiche».
[vi] E. Fromm, La rivoluzione della speranza, p. 16.
[vii] Ibid., p. 19.
[viii] G. Marcel, Homo viator, p. 47. Cf. anche le lapidarie parole di Walter Benjamin: «È solo a favore dei disperati che ci è data la speranza» (cit. in H. Marcuse, L’uomo a una dimensione, Einaudi, Torino 1985, p. 266).
[ix] Giovanni Crisostomo, A Teodoro 1,51-53.
[x] Ilario di Poitiers, Commento ai Salmi 118,15,7.
[xi] Ignazio di Antiochia, Agli efesini 21,2.
[xii] D. Bonhoeffer, Resistenza e resa, Paoline, Cinisello Balsamo 1988, p. 451.
[xiii] A Diogneto 5,5.
[xiv] Si leggano in proposito le parole profetiche scritte da Giovanni Paolo II, in Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono (Messaggio per la Giornata mondiale della pace, 1 gennaio 2002).
[xv] Paolo VI, Discorso all’ONU (4 ottobre 1965).
[xvi] Gaudium et spes 1.
[xvii] S. Kierkegaard, cit. in J. Moltmann, Teologia della speranza, Queriniana, Brescia 1970, p. 368. Cf. anche Isacco di Ninive, Massime arabe 94: «La speranza non ti seduca fino a farti trascurare la pratica, perché della tua vita tu non possiedi che l’ora presente».
[xviii] Agostino, Commento ai Salmi 91,2.
[xix] Il rapporto tra speranza e perseveranza è talmente sostanziale che la versione greca dei Salmi traduce con il sostantivo hypomoné («perseveranza, pazienza») la radice ebraica qawah che indica la speranza.
[xx] Agostino, Discorsi 157,3.
[xxi] Cf. H. U. von Balthasar, Sperare per tutti, Jaca Book, Milano 1989.
[xxii] Cf. J. Jeremias, Le parole dell’ultima cena, Paideia, Brescia 1973, pp. 220-223 e 283-288.
[xxiii] Isacco di Ninive, Prima collezione 74.
[xxiv] S. Kierkegaard, cit. in H. U. von Balthasar, Sperare per tutti, p. 63.
[xxv] S. Teresa di Gesù, Gli scritti, Postulazione Generale dei Carmelitani Scalzi, Roma 1970, pp. 256-258.
[xxvi] Archimandrita Sofronio, Silvano del Monte Athos. La vita, la dottrina, gli scritti, Torino, Gribaudi 1978, pp. 415-416.
[xxvii] Ch. Péguy, Il portico del mistero della seconda virtù, in Id., I misteri, Jaca Book, Milano 1989, pp. 161-164.
[xxviii] Pseudo-Crisostomo, Omelia sulla Pasqua.
 
 
 

 

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