PARTE 1:

PARTE 2:

 

È sempre molto difficile presentare un libro in una lingua diversa da quella dell’autore. 

Tanto più un libro complesso come la Divina Commedia e scritto in una lingua che è difficile anche per gli italiani. D’altra parte è una cosa che faccio assolutamente volentieri e sono contentissimo di essere qui perché credo che Dante abbia qualcosa di importante da dire in Italia, qui e in tutto il mondo.

Qualcuno mi ha chiesto come mai sia il libro sull’educazione, “Di padre in figlio”, sia quello su Dante siano stati editati per la prima volta in russo e non in inglese per esempio. Io ho risposto che ho seguito il criterio del cuore e non altri criteri che avrei potuto seguire: l’ho tradotto in russo per i miei amici russi. Che i miei libri seguano i sentieri dell’amicizia e dei rapporti nati in questi anni mi pare una cosa molto bella e volevo dirvela.

Konstantin Sigov mi ha anche chiesto di precisare in poche parole perché vale la pena oggi di proporre la lettura delle grandi opere della letteratura, visto che se ho capito bene oggi è la giornata del libro. Prendo spunto dalla mia esperienza di insegnante. Quando comincio un nuovo anno scolastico coi miei alunni, lo comincio sempre leggendo una pagina non di Dante, ma di Machiavelli, un altro grande autore italiano. Questo autore del 1500, anche lui fiorentino e esule, in una lettera a un amico parla di come usa il tempo della sua giornata e dice che passa la giornata nella bassezza, usando parole anche pesanti, nello schifo di una vita sprecata, ma alla sera, quando finalmente ritorna a casa ed entra nella sua piccola biblioteca, nel suo piccolo studio, dice che avviene questo miracolo, così descritto: leggere un libro è entrare nelle “antique corti degli antiqui huomini dove, da loro accolto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio”, dove io non mi vergogno di parlare con loro e chiedere la ragione delle loro azioni ed essi per la loro umanità mi rispondono.

Ecco, per me leggere, studiare, insegnare, è sempre stato questo: io ho tante domande da fare sulla vita; le faccio agli amici e le faccio ai grandi che ci hanno preceduto. La grande scoperta è che loro rispondono; Dante risponde alle domande che io ho oggi ho sulla vita. Così come risponde Leopardi, Manzoni, l’arte, un quadro, una cattedrale, una scultura.

Anzi credo che per un uomo vivo che ha domande sulla vita tutto risponde, tutto parla. Perfino i sassi, l’acqua e il vento parlano. Come dice il salmo: “narrano i cieli la gloria di Dio”, anche il cielo parla. Tutto ci parla, ma a condizione che abbiamo delle domande da fare. Un uomo senza domande non può entrare nella Divina Commedia, ovvero, la Divina Commedia per lui resterà muta. L’opera d’arte parla, risponde a chi ha delle domande da fare, e a me è andata esattamente così.

Konstantin si è raccomandato che io raccontassi come ho incontrato Dante e perché mi accompagna da quando avevo undici anni. L’ho incontrato in un momento particolare della mia vita, un momento molto felice, ma faticoso. Sono il quarto di dieci figli, tutti molto vicini di età: il decimo è nato quando il primo aveva 15 anni. Ad un certo punto mio padre ha perso il lavoro per una grave malattia che lo ha colpito e dopo un po’ mi hanno chiesto di lavorare durante l’estate per aiutare in casa. Sono andato nella città vicina a lavorare e rimanevo in casa dei padroni dal lunedì mattina al sabato sera. Lavoravo molto, facevo il garzone in un negozio di alimentari. Quindi avevo le mie ragioni per essere in difficoltà: la malattia del papà, la condizione della mia famiglia, la fatica del lavoro. Ma è avvenuto una sera il miracolo del mio incontro con Dante, con la letteratura, l’incontro che ha segnato la mia vita, anche professionale. Era molto tardi, mi avevano chiesto di scaricare fuori orario un camion con delle casse di acqua e di vino. Piangevo, avevo 11 anni, alle 11 di sera, mi si chiede di fare un’ulteriore fatica, ero lontano da casa, la nostalgia... insomma, piangevo. Ma a un certo punto, mentre portavo le mie casse su questa ripida scala che portava al magazzino, mi sono ricordato di una terzina di Dante che avevo studiato: è una terzina del Paradiso dove Dante si fa profetizzare dal suo trisavolo il suo destino di esule, con queste parole: “proverai si come sa di sale lo pane altrui e com’è duro calle lo scendere e ‘l salire per l’altrui scale”. E io a 11 anni mi sono messo a piangere di commozione perché ho fatto questa scoperta: che Dante parlava di me e che questo strano autore di 500 anni prima fotografava la mia situazione con delle parole che io non avrei mai saputo trovare. Descriveva la mia fatica, il mio dolore, la mia nostalgia con parole che perfino chiarivano a me stesso quello che stavo vivendo.

Permettetemi allora un’osservazione sulla domanda che mi è stata fatta sui libri. Capite che valore è la memoria, che cosa è accaduto quel giorno? La mia memoria è andata a prendere una cosa che conservava perché era utile a illuminare l’esperienza presente. Per questo bisogna leggere molto, incontrare molto, ricordare molto. Per questo ha ragione un film americano che ho visto tanti anni fa, dove si diceva: la maledizione degli uomini è che essi dimenticano. E invece mi sembra di aver capito questo, anche con Dante, che la grandezza di un uomo, il suo valore e la sua moralità stanno nella sua memoria. Ciascuno di noi che cos’è in questo momento, nel momento presente? Non è altro che memoria e desiderio. La nostra moralità, la nostra grandezza è proporzionale alla grandezza della nostra memoria e del nostro desiderio; così Dante definirebbe la vita dell’uomo. Ed è esattamente quello che fa: lui stesso parte da una domanda che ha sulla vita, da un desiderio che ha di bene e di felicità. Lo dico con una formula breve anche se meriterebbe un’intera conferenza, ma bisogna essere sintetici. Dobbiamo fare lo sforzo di immaginare una sensibilità che oggi non ci è famigliare come era allora ai tempi di Dante. Per Dante e per gli uomini medievali era normale sentire consapevolmente di essere capaci di un desiderio infinito di bene, di bellezza e di verità. Se aveste chiesto a Dante per quale ragione si svegliava la mattina e affrontava la vita, avrebbe risposto per essere felice, per essere un uomo compiuto, vero. E vi avrebbe detto che la felicità per l’uomo coincide con la conoscenza della verità, con l’esperienza del bene e con la certezza di costruire qualcosa di grande. Sono in realtà le tre virtù teologali: fede, speranza e carità. Sono le 3 caratteristiche di Dio, e l’uomo fatto a immagine e somiglianza di Dio desidera conoscere la verità, praticare il bene, conoscere la bellezza e costruire qualcosa di grande.

La cosa interessante è che Dante ha un’intuizione speciale, e cioè ad un certo punto, riflettendo sulla sua vita, sente che questo grande desiderio di felicità potrebbe realizzarsi nel rapporto amoroso con una fanciulla, con una ragazza. Tant’è vero che subito la chiama Beatrice, ovvero possibilità e portatrice di felicità. Ad un certo punto nel rapporto con lei sembra che questa felicità possa davvero realizzarsi su questa terra. E invece sul più bello Beatrice muore. Questa morte è l’origine vera della Divina Commedia. Capire l’esperienza che lui fa di questa morte è indispensabile anche a noi per entrare con lui nella Divina Commedia, per un motivo molto semplice, perché l’esperienza che fa lui è anche la nostra, bisogna solo rendersene conto. Sentiamo tutti la vita come una promessa di felicità, da quando siamo nati, sentiamo anche la realtà capace di attirarci, di muoverci, di commuoverci, facciamo l’esperienza del bene, della bellezza e della verità. Ma facciamo tutti anche l’esperienza della morte. Sia nel senso anagrafico che tutti moriremo, come moriranno le persone che amiamo. Ma anche nel senso che tutto ciò che viviamo ha dentro un seme di male. Tutto ciò che viviamo ha dentro una contraddizione che ci fa soffrire, che ci ferisce. Si vorrebbe essere amici in un certo modo, e ci rendiamo conto che non ci riusciamo. Si vorrebbe poter dire ai propri figli che non moriranno, ma non glielo possiamo dire. Si vorrebbe vivere nella libertà e nella letizia e tante volte ci sentiamo privati di libertà e letizia. In una parola facciamo l’esperienza del male. Facciamo l’esperienza del male, del dolore, della morte, cioè della contraddizione rispetto al desiderio che abbiamo.
Allora Dante quando muore Beatrice accetta la sfida e afferma che deve capire come funziona la vita, perché la vita non può essere questo inganno, questa menzogna. Se Dio lo ha creato come promessa di bene ci deve essere qualcosa o qualcuno che è in grado di compiere questo bene. Se Beatrice gli ha fatto intravedere la felicità, e poi sembra tradire questa promessa perché muore, vuol dire che lui della vita ha ancora tanto da capire e da imparare. Vuol dire che in verità non sa davvero chi è Beatrice e dedicherò la vita a cercare di capirlo. Lo ripeto, perché è molto importante: per lui, cercare di capire chi è Beatrice è cercare di capire l’enigma della vita sua e di tutti gli uomini. Sente che la sua vicenda ha un valore universale. Quello che lui deve cercare di capire è quello che cercano di capire tutti gli uomini, perché tutti gli uomini fanno esattamente questa esperienza: sentono la vita come una promessa di bene che poi l’esperienza sembra invece contraddire e negare.

Allora promette a se stesso di non scrivere più nulla della sua donna fin quando non avrà capito. Soltanto 10 anni dopo la morte di Beatrice prende carta e penna e comincia a scrivere la Divina Commedia. Dieci anni di dolore e fatica; nel frattempo è stato cacciato da Firenze e non tornerà mai più nella sua amatissima città (patisce anche un’ingiustizia personale, politica, storica, gravissima), dieci anni di preghiere, studi, amicizie, lotte che evidentemente però danno frutto.

Credo che Dante fosse santo, nel senso che ha raggiunto profondità incredibili, ha certamente avuto delle visioni degne dei più grandi mistici, fatto sta che dieci anni dopo, attorno al 1300, si sente pronto a compiere il grande compito della sua vita. Dice di voler scrivere “in pro del mondo che mal vive”. Da un’altra parte dice di scrivere questo poema con lo scopo di aiutare gli uomini a passare dallo stato di miseria allo stato di felicità. Un poema, dice forse un po’ presuntuosamente, “a cui ha messo mano e cielo e terra”.

Addirittura, 50 anni dopo la sua morte i cittadini di Firenze fanno una raccolta firme perché la Divina Commedia venga spiegata nelle piazze per le persone che non avevano studiato. La ragione era che sapevano che “l’opera di Dante ci aiuta a vivere nella virtù e fuggire il male”. In questo senso subito la Divina Commedia viene sentita come una proposta esistenziale, una proposta di vita. In questo sta il suo valore e la sua universalità, per questo è un’opera senza tempo. Mi pare che Dante, partendo dalla propria situazione particolare, capisce della vita e perciò della vita di ciascuno di noi cose, arriva a una profondità tale che può oggi essere una proposta assolutamente moderna, convincente e appassionante.

Ora provo semplicemente a farvi qualche esempio di questa modernità e universalità. La cosa che mi entusiasma è che è così vero questo, che mi sembra proprio quello di cui ha bisogno l’Europa oggi: andare a riguardare insieme Dante e andare a riguardare insieme le nostre radici più profonde, ovvero la nostra storia comune, la nostra memoria comune. In questo mi pare che stia il ruolo della cultura, di una casa editrice, dei professori, di un ordine come quello dei domenicani, che è nato proprio per questo: nel momento in cui si favorisce la diffusione, lo studio, la lettura soprattutto tra i giovani di queste pagine, si fa il più grande servizio ad un paese. Da voi come da noi, allo stesso modo. Perché in situazioni storiche e politiche molto diverse, la tragedia che stiamo vivendo è comune: la morte della memoria e la morte del desiderio. Se Dante potrà aiutarci a ritrovare memoria e desiderio avremo fatto un grande servizio a noi stessi, ai nostri amici e al nostro paese.

Vi faccio qualche esempio di questo: Konstantin, parlando del momento che state vivendo, mi parlava del sentimento della paura e della vittoria sulla paura che molti tra voi stanno vivendo. Non so bene a cosa si riferisse e immagino si riferisse anche alla paura per il momento storico che state vivendo, ma quella è la forma storica di una paura più profonda, perché la paura vera dell’uomo è di fronte alla morte, al nulla, al male. E allora, se il tema è questo non posso non dirvi come inizia la Divina Commedia. Perché mette a tema proprio questo: la paura dell’uomo di fronte alla vita. Ve lo dico brevemente senza leggervi il testo, devo essere sintetico.

La Divina Commedia comincia coi famosi versi: “mi ritrovai in una selva oscura”. Questa selva oscura è la condizione in cui viviamo tutti ogni giorno. Tutti sentiamo a volte la vita come un incomprensibile male, un’incomprensibile contraddizione. Tutti vorremmo invece che la vita fosse piena, bella, nella luce. Il problema è sapere se la luce esiste, cioè conoscere la verità, raggiungerla per vivere nella luce, ovvero la carità, e rendere perciò la propria vita e il mondo intero belli, cioè la speranza. Dante è nella selva oscura, vede un raggio di sole in alto, che significa che vivere nella luce e scoprire la verità è possibile; cerca di andare là dove c’è la luce, ma gli è impossibile. È impossibile perché un leone, una lonza e una lupa lo fermano e lo ricacciano nel fondo della selva. Sta per morire, quando improvvisamente gli compare di fronte un’ombra, un fantasma, che è il grande poeta latino Virgilio.
Vi faccio notare che il percorso che fa Dante nella selva oscura parte dalla selva, da un’oscurità, intuisce l’esistenza della luce, cerca di raggiungerla con le sue forze, ma il tentativo fallisce e lui ripiomba nell’oscurità della selva. Questa parabola tragica che lui ripercorre nel primo canto della Divina Commedia, è quella in cui era stata sintetizzata tutta la concezione dell’uomo antica, è il mito di Icaro. La vita è un incomprensibile labirinto, si cerca con le ali di cera di volare verso il sole, ma lo strumento è troppo debole ed è inefficace: si fallisce. Questa è l’antichità, ma Dante è un cristiano, e quindi introduce una possibilità prima impossibile. Cioè proprio quando tutto sembra perduto, quando il tentativo personale e solitario è fallito, un incontro improvviso, una presenza, quella di Virgilio, rende possibile ripartire. Il grande maestro gli dice: “Dante hai ragione, la vita dovrebbe essere nella pienezza, nella felicità, tu sei fatto per arrivare qui, solo, stai sbagliando strada, a te conviene tenere altro viaggio, se vuoi campar da questo luogo selvaggio. Ti propongo un’altra strada, - dice Virgilio, - vieni con me, ti porto con me, e facciamo questo viaggio.”

Questa è la terra, e questa è la voragine dell’ Inferno, al centro della terra è conficcato il diavolo, Lucifero, c’è una galleria, si sbuca dall’altra parte, dove c’è la montagna del Purgatorio, in cima al Purgatorio c’è il Paradiso Terrestre, l’Eden e da lì si parte in volo per arrivare fino a Dio, attraverso i nove cieli in cui ha organizzato il cielo di Dio. Questo è il viaggio che bisogna fare, Dante rimane contento da questa proposta e dice che vuole partire con Virgilio e poi capisce che questo viaggio non è solo il viaggio nell’aldilà, cioè il viaggio nell’universo così come i medievali lo immaginavano, ma è un viaggio da fare in questa vita alla ricerca di se stessi. Questo disegno non è solo l’universo per Dante, è anche il cuore di ciascuno di noi, è il macrocosmo e il microcosmo che si rispecchiano uno nell’altro.

Virgilio gli dice: pensavi di poter prendere una scorciatoia nella vita, ma non si può, bisogna fare tutto il percorso, conoscere tutto il proprio male, tutto il male del mondo e della vita, purificarsi da questo male, cioè accettar la battaglia contro la menzogna e vincerla, per poi accedere al bene. Questa è la vita dell’uomo. Quando Dante se ne accorge, capisce che è veramente una guerra, una guerra per cui si può essere chiamati a dare la vita, lui la chiama la “guerra sì del cammino, sì della pietate”, la guerra del percorso, perché bisognerà decidere da che parte stare e che percorso prendere; cioè bisogna prendere parte, prendere partito, dove e come difendere la verità, ma dovrà essere anche essere una guerra della pietà, cioè di una grande compassione per sé e per i propri fratelli uomini, tutti. Lottare amando, perdonando.

Si spaventa, ha letteralmente paura, dice di non voler fare questo viaggio. Bisogna essere degli eroi per poter fare questo viaggio verso la verità, io non sono un eroe, io non sono Enea, non sono San Paolo, non sono nessuno. Nessuno può credermi degno di fare questo viaggio. Siamo tutti tentati dalla stessa paura. Io non santo, non sono bravo, non ho studiato, non capisco, io sono debole, peccatore, non sono un eroe, non sono un santo, non chiedetemi di fare questo viaggio. Ma capite che la cosa terribile è che questa frase significa non chiedetemi di essere un uomo, non chiedetemi di essere libero.

Allora Virgilio diventa persino violento, molto duro nei confronti di Dante, e gli dice la verità: la tua è pura vigliaccheria, “l’anima tua è da viltade offesa”. Ma per aiutarti l’unica cosa che posso fare, perché io non posso darti il coraggio se non ce l’hai, è che invece ti posso aiutare raccontandoti chi sei, anzi ti racconterò di chi sei. E gli racconta questa vicenda stupenda: la Madonna stessa ha visto Dante in difficoltà, ha chiamato Santa Lucia e le ha chiesto di fare qualcosa; Santa Lucia è corsa da Beatrice e le ha chiesto di fare qualcosa, Beatrice è corsa da Virgilio e gli ha detto di fare qualcosa e Virgilio è andato a prendere Dante nella selva oscura. Allora Virgilio dice a Dante: “ma ti rendi conto? L’universo intero, le stelle, i cieli si sono mossi per te. Tu sei voluto, amato, stimato da Dio. Tanto che Dio ha dato la vita per te, e tu vieni a dirmi che non vuoi fare l’eroe, che non vuoi essere te stesso?” Allora Dante si arrende e alla fine del secondo canto decide veramente di partire. Dicendo proprio: “grazie Virgilio, adesso che so di essere guardato dal mistero di Dio, capisco che posso essere me stesso, posso essere un uomo libero, farò con te, dietro a te, tutto il percorso per diventare me stesso”. E il tema della Divina Commedia diventa esattamente questo: il percorso che lui fa per diventar se stesso, ed è il percorso che propone al lettore. Quante volte l’autore parla con il lettore e gli dice: “dai coraggio, ti porto io, ce la puoi fare”. Per questo, quando si comincia a leggere la Divina Commedia non si finisce più, perché leggerla così vuol dire cominciare a vivere e di viver bene non ci si stanca mai. Perché è veramente una proposta per la vita.

Per darvi un ultimo esempio, quando parla di Ulisse, ce lo fa incontrare all’Inferno. Perché? Il grande eroe dell’antichità, colui che aveva sfidato le Colonne d’Ercole con un coraggio straordinario, perché è all’Inferno? Leggete i versi in cui il viaggio fallisce e la nave viene inabissata in mare da una tempesta. Poi andate a leggere il primo canto del Purgatorio, quando Dante si trova all’inizio della salita della montagna del Purgatorio e incontra il custode del Purgatorio. E chi è? Un pagano, vissuto prima di Cristo e morto suicida. Dovrebbe stare nel profondo dell’Inferno e invece lo troviamo a custodire il Purgatorio. Nel dialogo con lui, alla fine del primo canto del Purgatorio, improvvisamente si capisce tutto, perché Dante viene aiutato da Virgilio a inginocchiarsi, a lavarsi la faccia da tutto il nero dell’Inferno, cioè dal suo male, e ad accettare ancora una volta di seguire Virgilio. Solo che lo dice usando le stesse parole, gli stessi verbi e gli stessi aggettivi che aveva usato con Ulisse, cioè stabilisce un rapporto diretto, un paragone il cui senso è questo, il viaggio della vita riesce bene se si è umili, ovvero se si accetta di seguire un altro. Ulisse aveva detto che ce la avrebbe fatta da solo, e si era ridotto a fare il viaggio, proprio come quello di Dante, ma Ulisse ha preteso di fare la scorciatoia. Aveva preteso di rimanere sulla superficie della vita, di fare il surfista della vita, cioè l’uomo che non va mai in profondità e rimane sempre sulla cresta dell’onda. Avendo fatto il viaggio in superficie ha perso, il viaggio vero è nella profondità di se stesso.

La lezione si è svolta il 23 aprile 2014 nell'Istituto di scienze religiose Tommaso d'Aquino
Foto: Olga RYBACHUK

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"Успенские чтения"

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